Lavoro nella cooperazione sociale e diritti costituzionali

Da qualche tempo il settimanale “il Ponte” ha aperto un confronto importante sul lavoro nel privato sociale. Non solo si parla di servizi fondamentali, ma – finalmente – si parla anche delle condizioni economiche di chi in questi servizi, attraverso gli appalti, opera una funzione fondamentale per garantire quotidianamente i servizi stessi.

Quando parliamo dei servizi educativi e anche di quelli socio – assistenziali parliamo di un’economia fondamentale, di quell’economia che, erogando servizi essenziali, determina l’allargamento o il restringimento di quel diritto di cittadinanza irriducibile alle sole logiche di profitto. Per tutelare questi servizi la CGIL e altre associazioni, quali ad esempio Arci e Acli, sabato 24 giugno ha avviato una mobilitazione nei confronti di un Governo che, invece, intende privatizzarli rendendoli accessibili a pochi che possono permetterseli. Per noi questi servizi sono universali e tali devono rimanere.

Le lavoratrici e i lavoratori, educatori e Oss del Terzo settore pur svolgendo una funzione fondamentale per l’applicazione concreta del diritto di cittadinanza, vivono condizioni di precariato lavorativo e basse retribuzioni. L’inflazione, la decrescita dei redditi italiani (unico caso in Europa), per queste/i lavoratrici e lavoratori rendono il raggiungimento della “terza settimana” un’ambizione, mentre la “quarta settimana” sta diventando ormai un miraggio. Pensiamo ad una cosa: senza gli educatori del sostegno scolastico che integrazione ci sarebbe per i ragazzi con disabilità e quelli più fragili? Sono loro che rendono concreto il “diritto allo studio”, sono professionisti altamente qualificati che molto spesso nel periodo estivo, a causa della sospensione del servizio scolastico, devono cercarsi un’altra occupazione. Lo stesso vale per il personale educativo e socio sanitario che si occupa di minori, persone con disabilità di varia natura. Quelle lavoratrici e lavoratori che con il loro lavoro operano nelle marginalità cercando di sollevare le condizione delle persone più fragili. Come FP CGIL nell’ottobre del 2020 abbiamo chiesto a tutti i comuni della provincia e alla Provincia stessa un confronto per estendere risultati raggiunti dalla nostra Organizzazione a Rimini ad esempio che ha determinato il riconoscimento dei livelli professionali adeguati e il cosiddetto ‘educatore di plesso’ e di stazioni uniche negli appalti per i servizi educativi e socio-sanitari.
Ancora oggi manca troppo spesso il riconoscimento di questa figura e sussistono condizioni di lavoro che rendono gli educatori come portatori di una missione da compiere e non lavoratori con diritti e con la necessità di trovare nel loro lavoro per cui hanno studiato la giusta retribuzione. Una condizione dove il reddito rischia di essere una variabile subordinata all’alto compito sociale svolto che, da solo, dovrebbe riempire un’esistenza: peccato che non ci si paghi l’affitto e le bollette, figurarsi solo tentare di chiedere un mutuo.

Nell’articolo apparto su “il Ponte” del 18 giugno la Dott.ssa Gulino di Confcooperative, riferendosi alla Riforma del Terzo settore, sostiene nei confronti della committenza pubblica la necessità di concertare con le amministrazioni pubbliche gli interventi sul sociale, sull’educativo. Si tratta di applicare i principi cardine della Riforma: co-programmazione e co-progettazione. Organizzazioni sindacali, enti locali e associazioni delle cooperative hanno sottoscritto il Patto per il lavoro e per il Clima dove è stato sancito che questi due principi non possono rappresentare un venir meno della responsabilità e del ruolo pubblico in quanto portatore di interessi generali, universali e a presidio della legalità Oggi si tratta di promuovere un’azione propedeutica rispetto agli assi portanti della Riforma del Terzo settore. Si tratta di stabilire anche attraverso protocolli con il pubblico come la co-programmazione e co-progettazione si attuino. Per portare un esempio: la Riforma equipara l’associazionismo alla cooperazione. Ovvero il volontariato all’impresa sociale. I servizi di cui stiamo dibattendo si devono basare su forme lavorative giustamente retribuite e collocate nei diritti della contrattazione. Solo con la qualità del lavoro, non con il pur meritorio apporto del volontariato, possono essere erogati quei servizi di qualità che possono rispondere al compito fondamentale di applicare concretamente il diritto di cittadinanza. Inoltre, sempre cercando di applicare il Patto per il Lavoro e il Clima della Provincia di Rimini attraverso un confronto reale e preventivo occorrono regole che portino ad assumere negli appalti di servizi il contrasto della precarietà lavorativa, purtroppo tipica del settore e i fenomeni di dumping fra le imprese.

Su questo è necessario essere chiari: se per arrivare al confronto il sindacato deve evitare di rappresentare e organizzare la mobilitazione, peraltro in una situazione sempre più da Quarto Stato del lavoro nel terzo settore, allora questo non è possibile. Posizioni indistinte e unanimismo, quando si rappresentano interessi diversi, significa che qualcuno non sta facendo il proprio mestiere. FP CGIL intende rappresentare e trovare una soluzione possibile anche attraverso il confronto con le Amministrazioni locali e il sistema delle cooperative perché non c’è più tempo. Se la chiarezza viene interpretata come una volontà di “affossare il sistema delle cooperative”, allora non ci si è capiti e si è ben lontani dalla realtà dei fatti . Fare qualunque sforzo per migliorare la qualità del lavoro e delle retribuzioni serve non solo a chi rappresentiamo, ma anche per attuare una condizione essenziale per garantire l’efficienza dei servizi pubblici e dell diritto di cittadinanza sancito costituzionalmente.

Infine c’è una considerazione più generale: il sistema economico è sempre più caratterizzato da imprese predatorie, da deregolamentazione e da economia speculativa che soffoca il lavoro. Se sono applicati i principi su cui si fonda la cooperazione sociale, ovvero fare impresa perseguendo l’interesse generale della comunità per la promozione umana e l’integrazione sociale (L. 381/91), si può allora rappresentare una via d’uscita dalla crisi, un modello che rinnovato parla di un futuro più giusto. È vero che le cooperative per applicare questo modello devono avere una sostenibilità economica, ma è altrettanto vero che la Legge tutela l’impresa sociale caratteristica del sistema cooperativo in quanto, operando senza fini di speculazione privata, essa è sottoposta al rispetto del carattere e delle finalità previste dall’Art. 45 della Costituzione.

Rimini, 5/7/2023

Eugenio Pari
FP CGIL RIMINI

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