«Definire la scuola Ferrari di Borgo Marina “un fallimento dell’integrazione” è un’affermazione grave. Ancora più grave è costruire questo giudizio partendo dal numero degli alunni stranieri», afferma Marcella D’Angelo, segretaria generale della FLC CGIL.

«Prima di tutto, respingiamo la rappresentazione di una scuola caratterizzata da una presenza abnorme di bambini stranieri. I numeri vanno verificati, contestualizzati e letti correttamente, non utilizzati per costruire una narrazione allarmistica. Ma voglio essere ancora più chiara: anche se in una scuola la presenza di alunni di origine straniera fosse particolarmente elevata, non sarebbero quei bambini il problema.»

Una scuola non vale di meno perché accoglie studenti nati altrove o figli di famiglie provenienti da altri Paesi e l’integrazione non può essere considerata riuscita soltanto quando gli alunni stranieri sono pochi e distribuiti in percentuali considerate “accettabili”.

Le parole hanno un peso. Parlare di “fallimento”, di famiglie che “scappano” e descrivere un quartiere attraverso l’origine di chi lo abita, significa consegnare all’opinione pubblica un messaggio pericoloso: che una scuola diventi meno desiderabile quando aumenta il numero dei bambini stranieri. È esattamente questa idea che va respinta.

Parliamo piuttosto dell’offerta formativa, degli investimenti, degli organici, degli spazi, dei servizi, delle politiche del Comune e dello Stato. Parliamo delle condizioni nelle quali lavorano insegnanti e personale Ata, ma non trasformiamo i bambini nel problema da risolvere.

La scuola pubblica ha precisamente il compito opposto: mettere insieme differenze sociali, culturali e linguistiche e garantire a tutti le stesse opportunità. È uno dei pochi luoghi nei quali una comunità può ancora costruirsi davvero.

Per questo le Ferrari non devono essere marchiate come una scuola “fallita”. Una dichiarazione del genere rischia anzi di produrre proprio il danno che denuncia: screditare la scuola, spaventare le famiglie e favorirne l’allontanamento.

Chi ha responsabilità pubbliche dovrebbe chiedersi come sostenere e rafforzare una scuola, non come attribuirle un’etichetta.

Difendere le Ferrari significa difendere chi ci studia e chi ci lavora. Significa soprattutto affermare un principio molto semplice: non esistono bambini che, per la loro provenienza, rendono peggiore una scuola. Esistono scuole pubbliche che devono essere messe nelle condizioni di garantire a tutti un’istruzione di qualità.

E questo vale per le Ferrari come per ogni scuola del nostro Paese. La discussione nazionale di questi giorni sulla presenza degli alunni stranieri non può ridurre una questione educativa e sociale a una percentuale. La conoscenza della lingua italiana è certamente uno degli strumenti fondamentali dell’inclusione e proprio per questo servono risorse, professionalità e interventi adeguati.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato in questi giorni un principio che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni discussione: la scuola è aperta a tutti ed è una delle più importanti leve di integrazione e di coesione sociale. È da qui che occorre partire. Non da quanti bambini stranieri possano stare in una classe, ma da quali condizioni la Repubblica debba garantire perché ogni bambino possa imparare, partecipare e crescere insieme agli altri.

Le scuole non diventano ghetti perché accolgono le differenze. Il rischio di creare ghetti nasce quando alle scuole si lasciano solo le difficoltà e poi si attribuisce agli alunni la responsabilità di quelle difficoltà.

Questo vale a Rimini come in ogni altra parte d’Italia. Ed è su questo terreno che la FLC CGIL continuerà a difendere la scuola pubblica, inclusiva e costituzionale e a ringraziare docenti e personale Ata che ogni giorno si spendono per formare cittadine e cittadini italiani.

Rimini, 23/9/2026

Francesca Lilla Parco – Segretaria generale CGIL RiminiMarcella D’Angelo – Segretaria generale FLC CGIL Rimini

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